POLITICA, TECNICA OD ETICA?

Uomini e orsi prima del Life Ursus

Presentazione tesi di laurea:

Thomas Daldoss, I tentativi di reintroduzione dell'orso bruno in Trentino - Attori, motivazioni, difficoltà, opposizioni, Tesi di laurea in Sociologia, Università di Trento, relatore Prof. Lauro Struffi, a.a. 2005-06.


  L’orso bruno è protetto dalla legge italiana dal 1939, anno in cui il conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, senatore del Regno, che spese buona parte della sua vita nella difesa del plantigrado, riuscì a farlo includere nell’elenco delle specie protette del Testo Unico della Legge sulla Caccia. Ma fino al 1918 l’orso fu letteralmente perseguitato: le autorità concedevano addirittura una lauta ricompensa a chi ne avesse ucciso o catturato un esemplare (la taglia aumentava se esso fosse stato rispettivamente un piccolo, un maschio o una femmina).
Il motivo alla base di questa campagna di sterminio, alla quale si aggiungeva la graduale invasione delle zone frequentate dalla specie, era che l’orso arrecava occasionalmente dei danni all’attività umana, in particolar modo a quella zootecnica e a quella agricola, a quel tempo le principali fonti di sostentamento. Fu per questo che si diffuse nella popolazione un atteggiamento di rivalità nei confronti della specie (che purtroppo continuò anche dopo la legge del 1939 e oggi non è ancora debellato), alimentato da una notevole quantità di racconti, fiabe, leggende e false credenze che lo ritraevano come un animale indiscriminatamente aggressivo verso l’uomo stesso. Le fantasticherie della tradizione popolare trovavano gioco facile nel colmare la carenza di conoscenze scientifiche della specie, dovuta alla natura solitaria e sfuggente dell’orso nonché alla mancanza di adeguate strumentazioni tecnologiche che potessero focalizzare con certezza le sue caratteristiche.

  Da considerare il fatto che man mano che gli esemplari diminuivano ogni abbattimento rappresentava un rischio sempre maggiore di estinzione della specie, come effettivamente accadde nel 1997, quando in Trentino rimanevano solo 2 o 3 vecchi esemplari e la varietà autoctona fu considerata dagli studiosi biologicamente estinta.
A dieci anni di distanza da questa data, quando fu avviato il progetto Life Ursus, non si può ancora parlare di successo, poiché l’obiettivo di riportare il numero di esemplari ad una popolazione minima vitale non è ancora stato raggiunto, ma di certo la situazione è notevolmente migliorata.

  L’esperimento intrapreso nel 1959 dal dott. Peter Krott non fu un vero e proprio tentativo di reintroduzione: non era infatti nelle intenzioni dello studioso lasciare definitivamente liberi i due orsacchiotti da lui allevati in una baita nei pressi di Carisolo. Il naturalista intendeva invece usare tali orsi come richiamo per gli orsi autoctoni, per poterne così studiare le ancora poco conosciute caratteristiche biologiche e una volta terminati i suoi studi avrebbe prelevato gli orsi per affidarli nuovamente ad uno zoo. Pur avendo dichiarato apertamente i suoi intenti, lo scienziato, che riuscì comunque a raccogliere alcuni dati e contribuire alla conoscenza della specie, fu costretto a ricatturare gli orsi prima del previsto, per la loro tendenza ad avvicinarsi troppo all’uomo (a Strembo venne costituito dai residenti addirittura un “comitato anti-orso”).

Orso bruno rinchiuso nel parco di Spormaggiore

   Il terzo tentativo di reintroduzione ebbe luogo nella primavera del 1974, quando vennero liberati in località Selva Piana due esemplari maschi di orso bruno allevati in gabbia. Essi si stanziarono nella Valle dello Sporeggio, frequentata da due o tre esemplari autoctoni ma uno dei due orsi venne travolto da una valanga nel 1978 mentre dell’altro esemplare non si ebbero più notizie ma si ritiene che sia stato ucciso nel 1976 da alcuni pastori della Val di Non. Anche gli esemplari di questo esperimento si dimostrarono poco timorosi dell’uomo e gli avvistamenti furono molti.

  Anche questi primi esperimenti ci dimostrano che la reintroduzione dell’orso bruno nelle vallate del Trentino, oltre a comportare non poche difficoltà di accettazione da parte dei vari attori sociali, specialmente tra i residenti nelle zone in cui tali iniziative hanno luogo, implica anche molte difficoltà tecniche di realizzazione. A questo proposito, un errore comune ai primi tre tentativi è stato quello di liberare nel Trentino esemplari di orso bruno allevati (pur con diversi metodi) in cattività, con la conseguenza di una loro tendenza ad avvicinare l’uomo in cerca di cibo; al contrario, gli esemplari liberati durante il progetto Life Ursus furono addormentati e catturati allo stato selvaggio.

  

  Inoltre, tali tentativi, furono nel complesso abbastanza improvvisati, sia perché non furono preceduti da un adeguato studio di fattibilità sia perché non coinvolsero adeguatamente la popolazione attraverso una fase informativa e di rilevazione delle opinioni (creando così anche un motivo in più di contrasto). Decisamente differente anche da questo punto di vista è stato il progetto Life Ursus, preceduto da un particolareggiato studio di fattibilità e di preparazione delle fasi di svolgimento e grazie al concorso di più forze e istituzioni e ad adeguati finanziamenti (determinante quello dell’Unione Europea). Tale collaborazione tra più enti ha inoltre permesso di coinvolgere adeguatamente l’opinione pubblica: sia prima dell’avvio del progetto che durante la sua realizzazione sono state monitorate le opinioni sia della cittadinanza locale che di quella nazionale; è stato altresì distribuito adeguato materiale informativo mirato e sono stati organizzati alcuni convegni. In questo modo non è stato lasciato esclusivamente nelle mani della stampa locale (che nella cronaca dei precedenti tentativi, pur dimostrandosi nel complesso abbastanza favorevole, non dimostrò molta precisione nel trattare l’argomento), il compito di informare il cittadino.
                                                                        

  Paradossalmente, il rapido evolversi della tecnologia a disposizione dell’uomo ed il parallelo progredire della conoscenza scientifica contribuì certamente a sfatare buona parte delle credenze popolari e ad offrire maggiori possibilità di gestire in modo appropriato i progetti di reintroduzione, ma del resto fu proprio l’avvento di strumenti tecnologici molto sofisticati, accompagnato dalla rapida espansione delle attività umane, a provocarne l’estinzione in varie zone in cui la sua presenza era incontrastata. Per esempio, le recenti vicende ci hanno rivelato da un lato la straordinaria importanza di strumenti come il radiocollare per controllare gli spostamenti dell’orso, dall’altro lato, con il caso dell’orso sconfinato e ucciso in Baviera, ci hanno tristemente ostentato la precisione dei moderni fucili.

Calendario 2011 di CaniGatti&co.

    Questo ci riporta al punto di partenza, quando alla fine del 19° secolo si innalzarono le prime grida di allarme del rischio di estinzione della specie: a poco vale il progredire della scienza se essa non è accompagnata dal progredire di quella che il prof. Oscar de Beaux del Museo civico di Storia naturale di Genova amava definire “etica biologica”: nel suo accorato appello dal titolo Conserviamo alle Alpi il loro orso, pubblicato per la prima volta nel 1929 sulla rivista “Il Cacciatore Trentino” lo studioso sosteneva che: “...quando l’uomo sopprime in una data località una forma vivente per essa caratteristica, o distrugge addirittura una forma vivente, egli ha disposto in modo irrimediabile di cosa non sua, ha tolto ciò che non aveva dato e non può mai più restituire; ha trasgredito alla norma fondamentale di quello che chiamo «etica biologica», o affermazione di cultura materialistica morale.”


 

 Ma il primo appello che ottenne un notevole effetto fu quello del dott. Francesco Ambrosi, che nel 1886 pubblicò un libretto dal titolo L’orso bruno in Trentino. Cenni storici (S.A.T), che si concludeva con queste parole: “La caccia all’orso continua nel Trentino in quelle parti, dove l’orso non ha preso ancora un definitivo congedo. Quasi ogni anno se ne piglia uno o più; ma verrà tempo, forse non molto lontano, che i nostri cacciatori non avranno più di che fare con questo animale. La guerra che gli si fa è una guerra a morte; e ognuno sa di che potenza sia l’uomo civile. Ei vuole ciò che vuole, e volendo vince, benché le sue vittorie non siano sempre condotte con quell’assennatezza di consiglio che vuole la Natura. Ella ha scopi che di sovente vanno al di là dell’umana previdenza e guai a chi li torce! Le sue vendette sono pronte e terribili e nessun uomo, per quanto potente egli sia, non arriva a scansarle!”.


Questo articolo è stato pubblicato sul bollettino elettronico "I Fogli dell'Orso" inviato via e-mail a quanti ne facessero richiesta al Parco Adamello Brenta (www.pnab.it).

Thomas Daldoss, I tentativi di reintroduzione dell'orso bruno in Trentino - Attori, motivazioni, difficoltà, opposizioni, Tesi di laurea in Sociologia, Università di Trento, relatore Prof. Lauro Struffi, a.a. 2005-06.

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Se vuoi maggiori informazioni manda le tue domande all'indirizzo: info@wildisole.com.


Se prima vuoi saperne qualcosa di più sul mio blog è disponibile uno spezzone della tesi.

Di seguito l'indice:


INTRODUZIONE (pag. 3)


1. L’estinzione


1.1 Uomo ed orso: un rapporto controverso (pag. 5)

1.2 Estinzione e caratteristiche della specie (pag. 7)

1.3 Tempi e cause dell’estinzione (pag. 8)

1.4 Le stime numeriche degli orsi uccisi in Trentino – Alto Adige (pag. 14)


2. La protezione


2.1 I pionieri della protezione dell’Orso bruno nel Trentino (pag. 17)

2.2 L’orso per la legge: dalle taglie sugli abbattimenti alle sanzioni penali (pag. 39)

2.3 I “danni da orso” (pag. 40)

2.4 Il rischio di estinzione di alcuni animali selvatici come dimensione del degrado arrecato dall’uomo all’ambiente (pag. 43)

2.5 I ritardi nell’istituzione del Parco Adamello-Brenta e le sollecitazioni del mondo protezionistico (pag. 46)


3. La reintroduzione


3.1 Primo tentativo (1959-1960) (pag. 48)

3.2 Secondo tentativo (1969) (pag. 56)

3.3 Terzo tentativo (1974-1978) (pag. 73)

3.4 Quarto tentativo: il progetto Life Ursus (1997) (pag. 78)


CONCLUSIONI (pag. 85)


BIBLIOGRAFIA  (pag.91)


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